Questioni bibliche
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IL PANE E IL VINO DIVENTANO REALMENTE 

CORPO E SANGUE DI GESU'?

Cinque argomenti contro la dottrina della transustanziazione e la visione sacramentale della cena del Signore 


1. QUELLO CHE LA CENA DEL SIGNORE NON E'

Partiamo dalle indicazioni di Paolo sulla cena del Signore ai credenti di Corinto, in 1 Corinzi 11:17-34:

"Nel darvi queste istruzioni non vi lodo, perché vi radunate non per il meglio, ma per il peggio. Poiché, prima di tutto, sento che quando vi riunite in assemblea ci sono divisioni tra voi, e in parte lo credo; infatti è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi. Quando poi vi riunite insieme, quello che fate non è mangiare la cena del Signore; poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse delle case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e fate vergognare quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Devo lodarvi? In questo non vi lodo. Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono. Ora, se esaminassimo noi stessi non saremmo giudicati; ma quando siamo giudicati siamo corretti dal Signore, per non essere condannati con il mondo. Dunque, fratelli miei, quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio".

Dal contesto di questo brano, possiamo ricavare alcuni elementi molto interessanti:

a. Ciò che conta non è il cibo in sé, ma l'atteggiamento con cui il credente mangia e beve. Come si vede, Paolo rimprovera i Corinzi perché si accostano alla cena indegnamente, essendo divisi tra di loro (v. 18), e cercando piuttosto di soddisfare lo stomaco (v. 21). Tutto questo attira il giudizio di Dio: infatti, molti si ammalano e muoiono (v. 30), cosa che non avverrebbe se venisse effettuato un esame di coscienza (v. 31).

Il cibo e la bevanda, dunque, non hanno alcun potere migliorativo sul cammino del credente; al contrario, solo il credente maturo può assumere la cena del Signore.

b. Gesù non ha posto l'accento sulla corrispondenza tra vino e sangue sic et simpliciter, ma sul nuovo patto.Infatti, al v. 25, Paolo riporta tal quale l'espressione utilizzata da Gesù durante l'ultima cena in Luca 22:20: "Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue".Gesù non ha detto che sarebbe avvenuta una trasformazione prodigiosa ogni volta che si sarebbe celebrato questo rito, ma ha spiegato cosa rappresentano simbolicamente il pane e il vino.

L'accento è sul nuovo patto, che sostituisce il vecchio, e non sugli alimenti: non più il sangue di tori e di agnelli, ma il sangue del Figlio unigenito di Dio (Eb 10:9-14).

c. Lo scopo della cena del Signore non è la crescita in grazia del credente, ma:

- "Annunciare la Sua morte, finché Egli venga" (v. 26). Infatti, se Cristo non avesse accettato di affrontare la morte, saremmo andati incontro alla condanna (Rm 5:8). E' la morte di Cristo che ci dà accesso alla grazia, e non l'assunzione del pane e del vino.

- Fare "questo in memoria di me". Il pane e il vino devono servire semplicemente a richiamare alla mente il sacrificio di Cristo, motivo per il quale non c'è bisogno di una trasformazione miracolosa delle sostanze.

d. L'espressione "non discernere il corpo di Cristo" (v. 29) non indica l'attitudine di chi non comprende che il pane è diventato corpo, ma il peccato di chi non tiene in conto che dietro il simbolo del pane c'è il Suo sacrificio, e quindi si accosta ad esso con superficialità o in condizione di peccato, rendendosi colpevole del corpo e del sangue di Cristo (v. 27). In altre parole, chi pecca sotto la grazia si mette nella stessa condizione di chi non ha la grazia, rendendo necessario il sacrificio di Cristo e diventandone responsabile.

Si osservino i seguenti passi tratti da Ebrei:

"Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, hanno gustato il dono celeste, sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire, se cadono, è impossibile riportarli un'altra volta al ravvedimento, poiché per conto loro crocifiggono nuovamente il Figlio di Dio e lo espongono a infamia" (Eb 6:4-6).

"Infatti, se noi pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una spaventosa attesa di giudizio e un ardore di fuoco che divorerà gli avversari. Chiunque trasgredisce la legge di Mosè muore senza misericordia sulla parola di due o tre testimoni. Quale peggiore castigo pensate voi merita colui che ha calpestato il Figlio di Dio e ha considerato profano il sangue del patto col quale è stato santificato, e ha oltraggiato lo Spirito della grazia?" (Eb 9: 26-29).

Se il peccato fosse contro il pane e il vino in quanto oggetti, non se ne comprenderebbe la gravità; la gravità, invece, è data proprio dal fatto che i due segni sono stati dati in conseguenza del sacrificio espiatorio di Cristo. Dunque, il peccato è contro Cristo.

2. PERCHE' LA DOTTRINA DELLA TRANSUSTANZIAZIONE NON E' BIBLICA

Secondo il Compendio al catechismo della Chiesa cattolica, con la consacrazione dell'ostia si opera "la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Suo Sangue. Questa conversione si attua nella preghiera eucaristica, mediante l'efficacia della parola di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. Tuttavia, le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le «specie eucaristiche», rimangono inalterate".

Come abbiamo visto, però, il rito stabilito da Cristo ha carattere totalmente simbolico e metaforico, e la presenza di Cristo durante la cena è di tipo spirituale, non sostanziale (Lc 22:19-20; Gv 6:63; 1 Co 11:26). Inoltre, la dottrina della transustanziazione fu introdotta da papa Innocenzo III solo nel 1215 e ratificata, addirittura, nel Concilio di Trento (1563), dunque molti secoli dopo la nascita del Cristianesimo.

In particolare, Innocenzo III, nell'ambito del Quinto Concilio Lateranense, emise una dichiarazione dogmatica che, pur non utilizzando il termine "transustanziazione", affermava che il pane e il vino, nella celebrazione eucaristica, diventano corpo e sangue di Cristo: "Nella verità del Corpo e del Sangue di Cristo, il pane e il vino, dopo la consacrazione, sono veramente trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo, in modo che, nonostante conservino le apparenze di pane e vino, ciò che è presente sia il corpo e il sangue del Signore." Come abbiamo anticipato, la definizione e la sistemazione più dettagliata della dottrina sarebbero arrivate con il Concilio di Trento.

Alcuni affermano che il primo a parlare di transustanziazione sia stato Ignazio di Antiochia (35-107), discepolo di Giovanni; tale ipotesi è infondata. Si osservino, infatti, i seguenti passi tratti dalla Lettera ai Romani:

"Ecco, come il pane, che è uno, è mescolato con il fuoco, così anche noi, partecipando al corpo di Cristo, siamo uniti in Lui".

"Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l'amore incorruttibile. Scrivo secondo la mente di Dio" (VII, 3).

Come si vede, Ignazio si muove sempre sul filo dell'allegoria, definendo l'assunzione del pane "partecipazione al Corpo di Cristo" e quella del vino "amore incorruttibile".

Dunque, i tentativi di costruire a posteriori una storia della transustanziazione sono fallimentari.

In realtà, la Parola di Dio presenta spesso una chiave di lettura metaforica:

a. Gesù si è identificato simbolicamente con diversi oggetti, oltre che col pane e col vino.

In Giovanni 6:48-58, mentre insegnava nella sinagoga a Capernaum, Gesù si definì "pane vivente che è disceso dal cielo", invitando a "mangiare la Sua carne e bere il Suo sangue". Poiché molte persone lo interpretarono come un insegnamento letterale e si scandalizzarono, Gesù sottolineò più volte che il mangiare la sua carne e bere il suo sangue è un atto spirituale; infatti, "è lo Spirito che vivifica; la carne non giova a nulla; le parole che vi dico sono spirito e vita" (v. 58).

Se, per assurdo, dovessimo interpretare letteralmente il testo, risulterebbe che Gesù e il pane sono la stessa cosa; ma Cristo è Dio, e non un elemento terreno e deperibile. Inoltre, mangiare la carne di Gesù e berne il sangue sarebbe un vero e proprio atto di cannibalismo!

In altri passaggi, poi, Gesù si è paragonato ad altri elementi (la porta, la via, la vite…), ma nessuno ha mai pensato di intendere la cosa letteralmente.

Possiamo dedurre, quindi, che Gesù, quando ha dato istruzioni per la cena del Signore, dicendo del pane "questo è il mio corpo" e del vino "questo è il mio sangue", ha parlato in modo metaforico.

In 1 Corinzi 10:16-17, Paolo dichiara: "Il calice di benedizione che benediciamo non è forse comunione col sangue di Cristo? Il pane che spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo, perché partecipiamo tutti a quell'unico pane". Come si vede, l'apostolo sottolinea che il pane e il vino hanno un senso metaforico, in quanto il calice è "comunione col sangue di Cristo", mentre il pane è "comunione col corpo"; i credenti, assumendo ciascuno un pezzo di pane, rappresentano l'essere uno in Cristo.

b. Il rito dello spezzare il pane e del versare il vino richiama metaforicamente la Pasqua giudaica, incui il sangue dell'agnello era segno di liberazione e di riscatto e prefigurava il sacrifico di Cristo. Come i Giudei mangiarono la carne dell'agnello sacrificato e aspersero col suo sangue gli stipiti delle porte, così noi credenti ci cibiamo di Cristo e applichiamo il Suo sangue sui nostri cuori.

Gesù è l'agnello perfetto che è stato dato in sacrificio per l'umanità: "E, mentre ogni sacerdote è in piedi ogni giorno ministrando e offrendo spesse volte i medesimi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, egli invece, dopo aver offerto per sempre un unico sacrificio per i peccati, si è posto a sedere alla destra di Dio, aspettando ormai soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. Con un'unica offerta, infatti, egli ha reso perfetti per sempre coloro che sono santificati" (Eb 10:11-14).

3. PERCHE' LA DOTTRINA EUCARISTICA NON E' BIBLICA

Nella realtà storica, tutto ebbe inizio nell'VIII secolo, quando, in seguito a una serie di controversie teologiche, si sviluppò il concetto di "eucaristia".

Nel 794, l'imperatore Carlo Magno convocò il Concilio di Frankfurt, per affrontare alcune dispute dottrinale relative alla presenza del Cristo nel pane e nel vino.

Anche se il termine "eucaristia" (che deriva dal greco e significa "azione di grazie") era già utilizzato da alcuni teologi, in quel periodo cominciò a essere usato in modo sistematico per descrivere il rito della Messa: la liturgia eucaristica venne formalizzata definitivamente, come ringraziamento per il sacrificio di Cristo e comunione con le Sue sofferenze. Alcuni teologi, come Paschasius Radbertus e Ratramno di Corbie, avviarono un dibattito sulla natura della presenza di Cristo nell'eucaristia, che avrebbe dato vita alla dottrina della transustanziazione (definita, come abbiamo visto, da Innocenzo III e dogmatizzata dal Concilio di Trento).

Inoltre, mentre i primi Padri della Chiesa parlano dell'eucaristia come un atto che rende presente il sacrificio di Cristo, ma non lo ripete letteralmente, a partire dalla nascita del Cattolicesimo (IV secolo) si iniziò a enfatizzare il carattere sacrificale della Messa.

Il punto di svolta si ha nel XII secolo, quando i teologi medievali iniziarono a sviluppare concetti come la "ripresentazione" del sacrificio di Cristo, piuttosto che considerarlo una semplice commemorazione.

In particolare, Tommaso d'Aquino (1225-1274), nella "Summa Theologica", afferma che il sacrificio di Cristo sulla croce è unico e definitivo, ma viene "ripresentato" in modo misterioso e sacramentale nella Messa; quindi, pur non essendoci ripetizione, c'è una "ripresentazione" di tipo sacramentale.

Alla fine, nel Concilio di Trento (1545-1563), è stato dogmatizzato che ogni celebrazione eucaristica è un "vero sacrificio" in cui Cristo, anche se morto una sola volta sulla croce, si offre nuovamente attraverso il pane e il vino consacrati.

Tuttavia, nel Nuovo Testamento, in particolare in Ebrei, il sacrificio di Cristo è presentato come un evento unico, perfetto e definitivo:

"Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura delle cose vere, ma nel cielo stesso per comparire ora davanti alla presenza di Dio per noi, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo, altrimenti egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una sola volta, alla fine delle età, Cristo è stato manifestato per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e dopo ciò viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una sola volta per prendere su di sé i peccati di molti, apparirà una seconda volta senza peccato a coloro che lo aspettano per la salvezza" (Eb 9:24-28);

"Infatti, con un'unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati" (Eb 10:14).

Ma, allora, qual è il senso di questo dogma? Lo vedremo nell'ultimo punto.

4. CHE COSA C'E' DIETRO L'IDEA DELLA TRANSUSTANZIAZIONE

Quando la Chiesa Cattolica prese il controllo del cristianesimo, intorno al IV secolo, iniziò ad includere elementi provenienti dal paganesimo, a scopo politico e propagandistico. L'idea era quella di accomunare tutti sotto la stessa istituzione, accogliendo sia le istanze dei pagani che quelle dei cristiani, in una sorta di grande compromesso.

Esistevano diverse pratiche religiose che prevedevano l'uccisione di un animale sacro, visto come "capro espiatorio": mangiarne la carne e berne il sangue, era considerato un modo per assumere la forza dell'animale e mettersi in connessione con il divino (la religione ebraica, invece, vieta espressamente il consumo del sangue).

In alcuni riti dedicati a Dionisio, centrati sul tema della divina follia e dell'ebbrezza sacra, era previsto il consumo di parte dell'animale sacrificato, incluso bere il sangue; lo scopo era accedere al potere divino, in quanto il sangue simboleggiava la forza e la vitalità della divinità.

Nelle religioni egizia, celtica e germanica, venivano compiuti sacrifici di animali, soprattutto durante solstizi, equinozi o altre festività religiose legate alla natura e ai cicli stagionali. La carne veniva consumata durante il banchetto rituale, e il sangue veniva utilizzato per simboleggiare la connessione tra il mondo terreno e quello divino.

Anche nel culto di Mitra, per quanto non esistano prove dirette, è possibile che il sangue del toro sacrificato venisse utilizzato in modo simbolico durante il rituale, ad esempio versato sull'altare o utilizzato come mezzo per purificare i partecipanti.

In generale, nei rituali pagani che prevedevano l'uccisione di un animale, il sangue e la carne non erano impiegati come semplice nutrimento fisico, ma come un mezzo per instaurare un legame con le divinità o con le forze soprannaturali. Il sangue, in particolare, era considerato un veicolo di vita e di potere spirituale, e il suo consumo o l'uso rituale simboleggiava l'accesso a una forza superiore 1.

Non è un caso che, proprio a partire dal IV secolo, il momento del grande compromesso cattolico, si discuta sulla presenza reale del Cristo nell'"ostia": non è casuale neppure l'impiego di questo termine, perché esso deriva dal latino hostia, che significa "sacrificio" o "animale sacrificale", e viene trasferito al pane azzimo utilizzato durante la Messa cattolica.

In poche parole, la mentalità pagana secondo cui è possibile avere una rigenerazione o purificazione attraverso l'assunzione della carne e del sangue di un animale sacrificale, passò al Cattolicesimo e si espresse nella dottrina eucaristica.

5. PERCHE' IL CONCETTO DI SACRAMENTO NON E' BIBLICO

Nella tradizione cattolica, i sacramenti sono riti o cerimonie che si ritiene abbiano un valore salvifico o un significato spirituale profondo.

Il Catechismo definisce i sacramenti come segni visibili e efficaci della grazia di Dio, istituiti da Cristo per santificare e costruire la Chiesa. La dottrina cattolica sottolinea che i sacramenti sono mezzi attraverso cui i fedeli ricevono la grazia divina in modo tangibile e concreto:

  • CCC 1131: "I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, mediante i quali ci è concessa la vita divina. 'Per mezzo di questi segni visibili, agisce invisibilmente la grazia divina".

Secondo il Catechismo, i sacramenti non sono semplici simboli, ma "segni efficaci" della grazia di Dio. Questo significa che i sacramenti non solo rappresentano la grazia, ma la comunicano realmente a chi li riceve con fede.

  • CCC 1127: "I sacramenti sono segni efficaci della grazia, che, per l'opera dello Spirito Santo, rendono presente l'opera della salvezza."

Inoltre, i sacramenti sono visti come strumenti attraverso i quali Dio distribuisce la grazia che porta alla salvezza. Ogni sacramento ha uno scopo e un significato particolare, ma tutti condividono il fine di rendere i fedeli partecipi della vita divina.

  • CCC 1129: "Il sacramento è un'azione liturgica che, da parte della Chiesa, è segno di quella salvezza che ci viene donata dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo."

Tuttavia, la parola di Dio ci fa comprendere che la grazia è gratuita ed efficace, e non ha bisogno di alcun aggiustamento: "Infatti per grazia siete salvati mediante la fede, e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è il risultato di opere, affinché nessuno se ne vanti" (Ef 2:8-9).

Dunque, la salvezza è un dono di Dio, che non dipende da opere esterne; i sacramenti non sono necessari per ottenere la salvezza, poiché essa è basata esclusivamente sulla grazia di Dio, non su pratiche rituali o cerimonie.

In tal senso, a proposito del battesimo e della cena del Signore, sarebbe più opportuno definirli "ordinamenti" che "sacramenti".

Si osservi la seguente Scrittura: "(l'arca) è figura del battesimo, non la rimozione di sporcizia della carne, ma la richiesta di buona coscienza presso Dio, il quale ora salva anche noi mediante la risurrezione di Gesù Cristo," (1 Pt 3:21). E' Dio che salva attraverso la resurrezione di Cristo, mentre il battesimo è solo simbolo di una "buona coscienza verso Dio".

Quanto all'eucaristia, abbiamo visto che Gesù stesso ne parla come un atto di "memoria" del suo sacrificio, non come un nuovo sacrificio. Il concetto di un "sacramento" che ripeta il sacrificio di Cristo è estraneo alla Bibbia, poiché il sacrificio di Gesù è unico e completo.

Inoltre, in 1 Timoteo 2:5 è scritto che "c'è un solo Dio e anche un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo": se Gesù Cristo è l'unico mediatore, non può esserci altro intermediario, che sia un rituale o una persona. Questo è di grande importanza, perché i sacramenti implicano spesso un mediatore umano, come il sacerdote.

Il rapporto diretto con Dio è evidenziato in Ebrei 10:19-22: "Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, mediante una via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e avendo un sommo sacerdote sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, in piena certezza di fede, avendo i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura".

Tale via è Gesù Cristo: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv 14:6). Grazie al sacrificio di Cristo, i credenti hanno accesso diretto a Dio senza bisogno di altre figure interposte. Il culto e la relazione con Dio sono ora basati sulla fede in Cristo, non su riti sacrificali.

Inoltre, la Chiesa è concepita come l'unione dei credenti, e non come un luogo fisico che ministra e impone rituali esteriori: "Poiché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro" (Gv 14:20).

In conclusione, la dottrina della transustanziazione e la visione sacramentale della Cena del Signore, pur essendo radicate in tradizioni storiche, non trovano fondamento biblico. La Bibbia presenta il pane e il vino come simboli del corpo e del sangue di Cristo, destinati a ricordare il suo sacrificio e a rafforzare la comunione spirituale tra i credenti. La salvezza, non dipende da riti rituali o trasformazioni miracolose, ma dalla grazia di Dio e dalla fede in Cristo, unico mediatore tra Dio e l'uomo.

Dio ci benedica!

S. Freud, in "Totem e tabù", ha spiegato le origini di tali credenze e la loro connessione con la mentalità primordiale

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